Chi sono / Editoriale

Il mio lavoro è cambiato molte volte. Il modo in cui affronto i problemi, molto meno.

Ho lavorato in contesti molto diversi tra loro: cantieri, spettacolo, industria, progetti internazionali, infrastrutture, web, marketing, sistemi digitali, formazione e oggi intelligenza artificiale.

Il filo comune non è mai stato una tecnologia specifica.

È sempre stato capire come funzionano le cose, individuare ciò che non funziona, trovare una soluzione e portarla fino alla realtà.

Marco Franceschi in un ritratto editoriale
Marco Franceschi — continuità attraverso il cambiamento
Mi interessa quello che può funzionare meglio, quello che ancora non esiste e ciò che una nuova tecnologia può rendere possibile.
Parliamo del progetto

Origine

Ho imparato presto che autonomia e responsabilità vanno insieme

Mio padre aveva un cantiere navale. Quando avevo quattordici anni, durante l’estate, mi mandò a lavorare sotto la responsabilità di un operaio per imparare il mestiere, come si faceva una volta.

Quell’esperienza mi ha insegnato il valore del lavoro concreto, ma mi ha fatto capire anche qualcosa di me: faccio fatica a eseguire semplicemente una procedura quando vedo che esiste un modo migliore per arrivare al risultato.

Ho sempre cercato autonomia professionale, non per sottrarmi alla responsabilità, ma per assumermela.

A diciotto anni ho aperto la mia prima partita IVA. Da allora la parte prevalente della mia vita professionale si è sviluppata come libero professionista, consulente e, in diversi momenti, imprenditore.

L’autonomia per me ha valore soltanto quando è accompagnata dalla responsabilità del risultato.

Sono cambiati i settori. Molto meno il ruolo.

Da giovane ho lavorato anche nello spettacolo. Ho creato con una radio una società per service audio e luci, organizzazione di eventi e spettacoli, per poi continuare autonomamente.

Successivamente sono arrivati gli incarichi tecnici e industriali, in Italia e all’estero.

Ho lavorato su progetti e attività che hanno coinvolto realtà come Snam Rete Gas, Snam Progetti, Hamworthy Combustion e Sirma Refractories, con interventi anche in Qatar, Emirati Arabi Uniti e Romania.

I contesti cambiavano, ma tendevo continuamente a ritrovarmi nello stesso tipo di posizione: comprendere il progetto, controllare ciò che stava accadendo, individuare problemi e contribuire a trovare il modo corretto per arrivare al risultato.

Sono cambiate molte volte le tecnologie e i contesti nei quali ho lavorato. Molto meno il ruolo che finivo per assumere.

Esperienza sul campo

Dalla carta alla realtà

Uno dei periodi che ha inciso maggiormente sul mio modo di lavorare è stato quello della supervisione tecnica su cantieri industriali.

Ricevevo progetti, disegni e specifiche tecniche e raggiungevo il sito per rappresentare l’azienda che mi aveva affidato l’incarico.

Il mio compito era essere, in sostanza, gli occhi e la voce dell’azienda sul cantiere: verificare che ciò che era stato progettato venisse realizzato correttamente e intervenire quando la realtà non corrispondeva alle specifiche.

In Romania, a Slatina, ho seguito per circa un mese e mezzo la ricostruzione di un forno rotativo da circa 80 tonnellate e di un walking beam da circa 20 tonnellate, supervisionando il lavoro di decine di operai, tecnici e ingegneri.

In un’occasione bloccai le lavorazioni perché avevo rilevato un errore nella preparazione dei materiali. Il lavoro eseguito dovette essere corretto e rifatto.

In altri momenti erano gli stessi tecnici e ingegneri presenti sul posto a coinvolgermi per trovare soluzioni pratiche di montaggio e realizzazione.

Queste esperienze mi hanno lasciato un principio che ancora oggi applico ai progetti digitali:

Una soluzione non è buona perché è corretta sulla carta. È buona quando funziona nel contesto reale nel quale deve essere utilizzata.

Ingresso e crescita nel digitale

La tecnologia era già lì

Parallelamente alle esperienze tecniche e imprenditoriali, computer, reti e Internet erano già una presenza costante.

Da giovanissimo passavo molto tempo online, sperimentavo sistemi e tecnologie e amministravo anche server di gaming. Il digitale non è arrivato quindi come una riconversione professionale successiva: faceva già parte del mio modo di lavorare e della mia curiosità.

Circa vent’anni fa il web ha iniziato a diventare progressivamente il centro della mia attività.

Con i primi CMS, e in particolare Joomla, mi sono reso conto che competenze che per me erano ormai naturali potevano essere trasformate rapidamente in strumenti concreti per le aziende.

Da lì la crescita è stata continua.

Una competenza ne ha portata un’altra

Ogni volta che un progetto arrivava a un confine, tendevo a voler capire cosa ci fosse dall’altra parte.

Costruire un sito significava presto dover capire come farlo trovare.

La visibilità portava al marketing.

Il marketing portava alla misurazione, alla conversione e ai processi commerciali.

Le piattaforme portavano ai server e all’infrastruttura.

I sistemi portavano alle integrazioni.

Le integrazioni portavano all’automazione.

Oggi l’intelligenza artificiale sta creando un nuovo livello sopra molte di queste competenze.

Non ho mai vissuto queste aree come mestieri completamente separati.

È così che negli anni il mio lavoro si è allargato dal web alla strategia digitale, al marketing, alle infrastrutture Linux, ai sistemi, alle API, all’automazione, ai dati e all’AI.

Non ho sostituito le esperienze precedenti con il digitale. Le ho portate dentro il digitale.

Impresa e presente

Non soltanto consulenza. Anche impresa.

Negli ultimi anni ho affiancato alla consulenza anche esperienze imprenditoriali dirette.

Ho creato una società attorno al progetto Aggregiamoci Online e un’altra per lo sviluppo dell’applicativo My Own SMS.

Non tutti i progetti seguono la traiettoria che immaginiamo all’inizio. Alcuni richiedono di fermarsi, rivedere il modello e ripartire. Oggi ho ripreso direttamente My Own SMS e sto lavorando nuovamente al progetto in autonomia.

Ho costruito inoltre rapporti e collaborazioni con diverse realtà, anche internazionali. Tra queste c’è oggi Complitaly, realtà londinese con la quale collaboro.

Essere stato anche dall’altra parte del tavolo cambia il modo in cui valuto un progetto.

Quando consiglio un investimento, una tecnologia o una nuova iniziativa, so che non basta costruire qualcosa bene. Deve avere senso anche economicamente, operativamente e nel tempo.

Un progetto non deve soltanto essere possibile. Deve valere la pena di essere realizzato.

Oggi: collegare ciò che prima era separato

Oggi il mio lavoro mette insieme esperienze che anni fa sarebbero sembrate appartenere a mondi diversi.

Strategia, tecnologia, web, marketing, infrastruttura, sistemi, automazione e formazione possono entrare nello stesso progetto quando servono allo stesso risultato.

L’intelligenza artificiale sta ampliando ulteriormente questo spazio.

La utilizzo quotidianamente nello sviluppo, nell’automazione, nell’analisi, nella progettazione, nella gestione tecnica e nella produzione di sistemi e contenuti. La considero una delle trasformazioni tecnologiche più importanti della fase che stiamo vivendo, ma continuo ad applicare lo stesso criterio che ho sempre utilizzato:

Una tecnologia diventa interessante quando permette di risolvere meglio un problema reale.

Accanto alla consulenza continuo anche l’attività di docenza e sviluppo nuovi progetti e collaborazioni in aree che considero strategiche, dall’AI ai sistemi integrati e alla domotica.

Non perché mi interessi accumulare attività diverse, ma perché continuo a essere attratto dai punti nei quali competenze, tecnologie e mercati iniziano a incontrarsi in modo nuovo.

Principi professionali

Dire le cose come stanno

Nel rapporto con un cliente cerco di essere presente, disponibile e diretto.

Se penso che una scelta sia sbagliata, che un lavoro non sia eseguito correttamente o che un problema possa compromettere il risultato, tendo a dirlo.

Non sempre è la strada più comoda, ma preferisco affrontare una criticità quando è ancora possibile correggerla piuttosto che spiegarla quando è ormai troppo tardi.

Ho standard molto alti sul lavoro e faccio fatica ad accettare superficialità dove sono richieste competenza e responsabilità.

Negli anni ho anche imparato che prendersi responsabilità non significa controllare ogni cosa personalmente: significa costruire le condizioni perché le persone giuste possano lavorare bene e perché il progetto rimanga coerente.

La franchezza può creare qualche discussione. La superficialità crea problemi molto più costosi.

Capire il problema prima di scegliere la soluzione

Una delle capacità che considero più importanti nel mio lavoro non appartiene a una tecnologia specifica.

È riuscire a capire quale sia realmente il problema.

La richiesta iniziale di un cliente è spesso soltanto il punto da cui partire. Dietro un sito che “non funziona”, un processo lento, un software da sostituire o un progetto che non parte possono esserci cause completamente diverse.

Per questo faccio domande, osservo segnali che a volte sembrano secondari e cerco collegamenti tra aree differenti.

Una parte importante del mio lavoro consiste nel capire quale sia davvero il problema, anche quando inizialmente si presenta sotto un’altra forma.

Fiducia, autonomia e continuità

I rapporti professionali migliori che ho costruito negli anni sono quelli nei quali alla competenza si è aggiunta fiducia reciproca.

Lavoro bene quando sono chiari obiettivi e responsabilità e, all’interno di quel perimetro, esiste sufficiente autonomia per prendere decisioni e portare avanti il lavoro.

Il cliente non deve rinunciare al controllo del proprio progetto. Deve poter sapere dove stiamo andando e perché, senza essere costretto a gestire ogni passaggio operativo.

È anche per questo che tendo a preferire rapporti che possono evolvere nel tempo rispetto a interventi puramente occasionali.

Futuro

Continuare a guardare avanti

Non so quali tecnologie utilizzerò tra cinque anni.

Probabilmente alcune di quelle con cui lavoro oggi saranno cambiate completamente e altre, che oggi sembrano marginali, saranno diventate normali.

È già successo molte volte.

Quello che so è che continuerò a fare ciò che ho sempre fatto: osservare ciò che cambia, capire cosa può diventare utile e cercare il modo di trasformarlo in qualcosa che funziona nella realtà.

La tecnologia cambia. La mia curiosità per ciò che può diventare possibile, molto meno.

Il futuro mi interessa soprattutto quando può essere costruito.

Raccontami cosa vuoi costruire